Per quale motivo persone con un elevato QI possono fallire nel mondo lavorativo o non avere successo e non sentirsi soddisfatti nella vita?

Un alto quoziente di intelligenza non è direttamente legato a realizzazioni nella vita o con la salute fisica o psichica e non fa di noi per forza persone affermate.

Dagli anni 70 si cominciò a pensare che poteva esserci un legame tra intelligenza ed emozioni, in particolar modo su quanto le emozioni potessero influenzare il pensiero. Fino a quegli anni, questi due costrutti erano considerati e studiati in maniera piuttosto separata.

Nel 1990 nacque il concetto di Intelligenza Emotiva dal lavoro di due psicologi, Peter Salovey e John Mayer, che la defenirono come “capacità di monitorare e dominare le emozioni proprie e altrui e di usarle per guidare il pensiero e l’azione”. Le loro ricerche vertevano sul comprendere il legame tra emozioni e processi intellettivi e, da quegli anni, furono molti gli studiosi che se ne occuparono.

Fu lo psicologo Daniel Goleman che, più di altri, riuscì a divulgare il concetto di Intelligenza Emotiva, attraverso l’uscita del suo libro “Intelligenza Emotiva” nel 1995, e cambiò in maniera sostanziale il concetto di I.E. ritenedola un fattore potente:“le emozioni quando sono imbrigliate intralciano l’intelletto ma è possibile poterle controllare e per questo l’I.E. è fondamentale poiché ne facilità l’espressione”. Goleman afferma che occorre collegare la mente razionale con la mente emozionale dato che il nostro modo di comportarci nella vita è determinato da entrambe e sviluppa un modello di I.E. che comprende 5 aspetti fondamentali:

– la conoscenza delle proprie emozioni: cercare di comprendere le proprie emozioni, i propri sentimenti ed utilizzare questa comprensione come guida per i propri processi decisionali;

– il controllo e la regolazione delle proprie emozioni: è la capacità di saper controllare le proprie emozioni, il liberarsi dalle emozioni negative (ad es. l’ansia), il saperle gestire e il sapersi riprendere dalla sofferenza emotiva.

– la capacità di sapersi motivare: riconoscere le emozioni permette di avere chiare le proprie preferenze in modo da investire le proprie energie per il raggiungimento degli obiettivi prefissati;

– il riconoscimento delle emozioni altrui (empatia): cercare di comprendere le emozioni degli altri in modo da essere più in sintonia con loro. Tale aspetto favorisce avvicinamento e fiducia;

– la gestione delle relazioni sociali fra individui e nel gruppo: saper gestire le emozioni permette di gestire le situazioni, interagire in maniera fluida con gli altri, guidare, negoziare e cooperare in maniera costruttiva.

In un manuale successivo “Lavorare con Intelligenza Emotiva” (2000), dedicato all’applicazione delle competenze emotive in ambito lavorativo, Goleman effettua una distinzione tra competenza personale, che determina il modo in cui controlliamo noi stessi, e competenza sociale, che determina il modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri.

Il controllo personale determina sicurezza in sé stessi e capacita di leadership, utile anche nella gestione dei cambiamenti che si presentano costantemente nella vita anticipando, affrontando e superando le proprie resistenze ad essi; il controllo delle relazioni facilità il proprio coinvolgimento e i buoni rapporti con gli altri e nel gruppo favorendo collaborazione e condivisione.

Ognuno sperimenta ogni giorno emozioni a tutti i livelli: in famiglia, nel lavoro, nelle amicizie, nella vita di coppia; ascoltarsi ed entrare in contatto con le emozioni permette di conoscere cosa si prova e, di conseguenza, regolare i comportamenti.

Riconoscere le emozioni, gestirle e saper comprendere anche quelle degli altri è utile per instaurare rapporti migliori e questo aspetto è fondamentale per incrementare il proprio benessere e quello altrui.

 

dott.ssa Salima Serafin

 

Bibliografia

– Goleman D., Intelligenza Emotiva, 1996, Ed. Rizzoli, Milano.

– Goleman D., Lavorare con Intelligenza Emotiva, 1997, Ed. BUR, Milano.

– Gottman J., Declaire J., L’intelligenza emotiva per un figlio, 1997, Ed. BUR, Milano.

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