Quando iniziamo una relazione desideriamo che le cose funzionino. Cerchiamo armonia, leggerezza, complicità, evitiamo tensioni inutili e, se qualcosa ci infastidisce, spesso scegliamo di lasciar correre. Non perché non sappiamo parlare, ma perché teniamo alla persona, perché siamo coinvolti, innamorati, fiduciosi in ciò che sta nascendo.
In un articolo precedente ho parlato del quieto vivere e di quanto evitare il conflitto possa sembrare una scelta saggia per mantenere l’armonia. In alcune situazioni può davvero essere una strategia utile ma, quando diventa un’abitudine costante, rischia di trasformarsi in autoprotezione e, nel tempo, in auto-sabotaggio.
Oggi vorrei fare un passo ulteriore: cosa accade quando, per mantenere quella pace apparente, iniziamo a non definire più i nostri confini?
È un movimento umano e comprensibile. Nessuno vuole compromettere un legame per una discussione che, in quel momento, sembra evitabile. Eppure proprio qui si inserisce una dinamica sottile: quando il quieto vivere diventa la modalità principale di gestione della relazione, rischia di trasformarsi in una rinuncia progressiva a parti di sé.
All’inizio sembra adattamento, poi diventa abitudine e infine, senza accorgercene, diventa accumulo.
Non è un gesto eclatante ma è un piccolo spostamento alla volta: una parola non detta, un bisogno rimandato, un limite non espresso. E così, lentamente, iniziamo a ridurre lo spazio che occupiamo nella relazione.
In terapia incontro spesso persone che mi raccontano di non aver detto delle cose “per non rovinare tutto”. Ma non si tratta solo di paura del conflitto; spesso si tratta di proteggere la relazione e di custodire qualcosa di prezioso: “Non volevo perderlo”, “Non volevo creare distanza” o “Magari sono io che esagero”.
Quando siamo innamorati o molto coinvolti emotivamente, il desiderio di continuità è forte e proprio per questo possiamo scegliere di adattarci più del necessario. È un gesto che nasce dall’attaccamento, dal desiderio di far funzionare le cose.
Il problema non è questo slancio iniziale ma nasce quando questa modalità diventa sistematica.
Ogni volta che evitiamo di esprimere un bisogno significativo, accadono due cose contemporaneamente: l’altro impara che per noi va bene così e noi impariamo a mettere in secondo piano una parte di noi stessi.
E non è il singolo episodio a creare distanza ma è la somma dei piccoli silenzi. Con il tempo può emergere una sensazione difficile da spiegare: sentirsi meno compresi, meno riconosciuti, a volte perfino meno importanti e non perché l’altro non ami, ma perché non ha mai avuto la possibilità di conoscere davvero quei bisogni che sono rimasti nascosti.
Non tutto va detto immediatamente. Non ogni fastidio richiede una reazione impulsiva. A volte scegliere il momento giusto per affrontare un tema è segno di maturità relazionale.
Il punto non è il silenzio in sé ma è la direzione che prende.
Se rimando una conversazione ma so che quella cosa per me è importante e prima o poi la porterò nella relazione, allora sto restando in contatto con me stesso. Sto modulando, non cancellando.
Se invece non parlo perché temo che esprimermi possa incrinare il legame, deludere l’altro o mettermi a rischio di essere lasciato, allora sto facendo qualcosa di diverso: sto mettendo la sicurezza della relazione davanti alla mia possibilità di esistere pienamente dentro quella relazione.
La differenza non è tra amore e paura ma tra presenza e rinuncia.
Nel primo caso resto riconoscibile a me stesso. Nel secondo inizio a ridurre il mio spazio per sentirmi più al sicuro. E quando questa riduzione diventa abituale, non è più un adattamento momentaneo ma diventa un modo di stare nella relazione.
Dal punto di vista sistemico-relazionale, qui entra in gioco l’equilibrio tra connessione e differenziazione. Una relazione sana permette di essere legati senza essere fusi, ovvero posso amare e desiderare continuità ma senza dover attenuare costantemente la mia identità per mantenere il legame.
Molte persone temono che esprimere un limite possa distruggere la relazione. In realtà, ciò che spesso logora non è il conflitto gestito, ma il silenzio prolungato.
Il confronto, se rispettoso, può rafforzare il legame perché introduce chiarezza. Il silenzio sistematico, invece, crea una distanza invisibile che nel tempo diventa difficile da colmare.
I confini non sono muri che allontanano ma sono punti di orientamento. Permettono all’altro di sapere chi siamo davvero, cosa per noi è importante, dove finisce la nostra disponibilità e dove inizia il nostro limite. Senza questi punti di orientamento, la relazione si costruisce su un’immagine parziale di noi.
Proteggere una relazione non dovrebbe significare sacrificare in silenzio parti fondamentali di sé. Una relazione può crescere solo se entrambe le persone hanno spazio per essere autentiche.
Non si tratta di dire tutto in modo brusco o di trasformare ogni differenza in uno scontro ma si tratta di non scomparire per restare.
Forse la domanda più onesta da farsi è questa: sto rimanendo in contatto con me stesso dentro questa relazione, oppure mi sto adattando così tanto da non riconoscermi più?
Perché l’amore può reggere la chiarezza ma una relazione costruita sulla rinuncia silenziosa, prima o poi, presenta il conto.
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